giovedì, 28 agosto 2008



Signora Presidente e amici, non credo di dovermi scusare con voi per il fatto che sono costretto a parlare in una lingua straniera. Chissà se questi altoparlanti porteranno la mia voce fino ai confini di questo immenso pubblico. Quelli di voi che sono lontani possono alzare la mano, se sentono quello che dico? Sentite? Bene. Bene, se la mia voce non vi giunge, non è colpa mia, ma colpa degli altoparlanti.
Quello che volevo dirvi è che non devo scusarmi. Non oso, visti tutti i delegati che si sono riuniti qua da tutta l’Asia, e gli osservatori – ho imparato questa parola pronunciata da un amico americano che disse: “Non sono un delegato, sono un osservatore”. Di primo impatto con lui, vi assicuro, pensavo venisse dalla Persia, ma ecco davanti a me un americano e gli dico: “Sono terrorizzato da te, e vorrei che mi lasciassi stare”. Potete immaginare un americano che mi lasci stare? Non lui e, quindi, ho dovuto parlargli.
Quello che volevo dirvi è che il mio idioma per me madrelingua, non lo potete capire, e non voglio insultarvi insistendo su di esso. Il linguaggio nazionale, Hindustani, ci metterà tanto tempo prima di rivaleggiare con un linguaggio internazionale.
Se ci deve essere rivalità, c’è rivalità tra francese e inglese. Per il commercio internazionale, indubbiamente l’inglese occupa il primo posto. Per discorsi e corrispondenza diplomatici, sentivo dire quando studiavo da ragazzo che il francese era la lingua della diplomazia e se volevi andare da una parte all’altra dell’Europa dovevi provare ad imparare un po’ di francese, e quindi ho provato ad imparare qualche parola di francese per riuscire a farmi capire. Comunque, se ci deve essere rivalità, la rivalità potrebbe nascere tra francese e inglese. Quindi, avendo imparato l’inglese, è naturale che faccia ricorso a questa parlata internazionale per rivolgermi a voi.
Mi chiedevo di cosa dovessi parlarvi. Volevo raccogliere i miei pensieri, ma lasciate che sia onesto con voi, non ne ho avuto il tempo.
Però ieri ho comunque promesso che avrei provato a dirvi qualche parola.
Mentre venivo con Badshah Khan, ho chiesto un piccolo pezzo di carta ed una matita. Ho ricevuto una penna invece di una matita. Ho provato a scarabocchiare qualche parola. Vi spiacerà sentirmi dire che quel pezzo di carta non è qui con me. Ma questo non importa, ricordo cosa volevo enunciare, e mi sono detto: “I miei amici non hanno visto la vera India, e non ci stiamo incontrando in una conferenza nel cuore della vera India”.
Delhi, Bombay, Madras, Calcutta, Lahore – queste sono tutte grandi città e quindi, hanno subito l’influenza dell’Occidente, sono state fatte, magari eccetto Delhi ma non New Delhi, sono state fatte dagli inglesi. Poi ho pensato ad un breve saggio – credo che dovrei chiamarlo così – che era in francese. Era stato tradotto per me da un amico anglo-francese, e lui era un filosofo, era anche un uomo altruista e diceva che mi aveva dato la sua amicizia senza che io lo conoscessi, perché lui parteggiava per le minoranze ed io rappresentavo, assieme ai miei connazionali, una minoranza senza speranze, e non solo senza speranze ma una minoranza disprezzata.
Se gli europei del Sudafrica mi perdonano per quello che dico, eravamo tutti “coolies” [lavoratore non qualificato a basso costo]. Io ero un insignificante avvocato “coolie”. A quei tempi non avevamo dottori “coolie”, non avevamo avvocati “coolie”. Ero il primo nel campo. Ma sempre un “coolie”. Magari sapete cosa si intende con la parola “coolie” ma questo mio amico, si chiamava Krof – sua madre era francese, suo padre inglese – disse: “Voglio tradurre per te una storia francese”.
Mi perdonerete, chi di voi sa la storia, se nel ricordarla faccio degli errori qua e là, ma non ci sarà nessun errore nell’avvenimento principale.
C’erano tre scienziati e – ovviamente è una storia inventata – tre scienziati uscirono dalla Francia, uscirono dall’Europa alla ricerca della “Verità”. Questa era la prima lezione che mi aveva insegnato quella storia, che se bisogna cercare la verità, non la si trova su suolo europeo. Quindi, indubbiamente neanche in America.
Questi tre grandi scienziati andarono in parti diverse dell’Asia. Uno trovò la strada per l’India e diede inizio alla sua ricerca. Raggiunse le cosiddette città di quei tempi. Naturalmente, ciò avvenne prima dell’occupazione inglese, prima anche del periodo Mughal, così è come ha illustrato la storia l’autore francese, ma visitò comunque le città, vide la gente delle cosiddette caste alte, uomini e donne, fino a che non si addentrò in un’umile casa, in un umile villaggio, e quella casa era una casa Bhangi, e trovò la verità che stava cercando, in quella casa Bhangi, nella famiglia Bhangi, uomo, donna, forse 2 o 3 bambini (lo dico come me lo ricordo) e poi lui descrive come la trovò. Tralascio tutto questo.
Voglio collegare questa storia a quello che voglio dire a voi, che se volete vedere il meglio dell’India, dovete trovarlo in una casa Bhangi, in un’umile casa Bhangi, o villaggi simili, 700.000 come ci insegnano gli storici inglesi. Un paio di città qua e là, non ospitano neanche qualche crore [unità di misura indiana che equivale a 10 milioni] di persone. Ma i 700.000 villaggi ospitano quasi 40 crore di persone. Ho detto quasi perché potremmo togliere una o due crore che stanno in città, comunque sarebbero 38 crore.
E poi mi sono detto, se questi amici sono qui senza trovare la vera India, per cosa saranno venuti? Ho poi pensato che vi pregherò di immaginare quest’India, non dal punto di vista di questo immenso pubblico ma per come potrebbe essere. Vorrei che leggeste una storia come questa storia dei francesi o altre ancora. Magari, qualcuno di voi vada a vedere qualche villaggio dell’India e allora troverà la vera India.
Oggi farò anche questa ammissione: non ne sarete affascinati alla vista. Dovrete raschiare sotto i mucchi di letame che sono oggi i nostri villaggi. Non voglio dire che siano mai stati dei paradisi. Ma oggi sono veramente dei mucchi di letame; non erano così prima, di questo sono abbastanza certo. Non l’ho appreso dalla storia ma da quello che ho visto io stesso dell’India, fisicamente con i miei occhi; e io ho viaggiato da una parte all’altra dell’India, ho visto i villaggi, i miserabili esemplari dell’umanità, gli occhi senza vita, eppure sono l’India, e ciononostante in quelle umili case, nel mezzo dei mucchi di letame troviamo gli umili Bhangis, dove troverete un concentrato di saggezza. Come? Questa è una grande domanda.
Bene, allora voglio illustrarvi un altro scenario. Di nuovo, ho imparato dai libri, libri scritti da storici inglesi, tradotti per me. Tutta questa ricca conoscenza, mi spiace dire, arriva qui da noi in India attraverso i libri inglesi, attraverso gli storici inglesi, non che non ci siano storici indiani ma neanche loro scrivono nella loro madrelingua, o nella loro lingua nazionale, Hindustani, o se preferite chiamarli due idiomi, Hindi e Urdu, due forme della stessa lingua. No, ci riferiscono quello che hanno studiato sui libri inglesi, magari gli originali, ma attraverso gli inglesi in inglese, questa è la conquista culturale dell’India, che l’India ha subito.
Ma ci dicono che la saggezza è arrivata dall’Oriente verso l’Occidente. E chi erano questi saggi? Zoroastro. Lui apparteneva all’Oriente. Fu seguito dal Buddha. Lui apparteneva all’Oriente, apparteneva all’India. Chi ha seguito il Buddha? Gesù, di nuovo dall’Asia. Prima di Gesù ci fu Musa, Mosè, che apparteneva anche lui alla Palestina, ma verificavo con Badshah Khan e Yunus Saheb ed entrambi sostenevano che Mosè appartenesse alla Palestina, sebbene fosse nato in Egitto. Poi venne Gesù, poi Mohammad. Tutti loro li tralascio. Tralascio Krishna, tralascio Mahavir, tralascio le altre luci, non le chiamerò luci minori, ma sconosciute in Occidente, sconosciute al mondo letterario.
In ogni modo, non conosco una singola persona che possa uguagliare questi uomini d’Asia. E poi cosa accadde? Il Cristianesimo, arrivando in Occidente, si è trasfigurato. Mi spiace dire questo, ma questa è la mia lettura. Non dirò altro al riguardo. Vi racconto questa storia per incoraggiarvi e per farvi capire, se il mio povero discorso può farvi capire, che lo splendore che vedete e tutto quello che vi mostrano le città indiane non è la vera India. Certamente, il massacro che avviene sotto i vostri occhi, mi dispiace, vergognoso come dicevo ieri, dovete seppellirlo qui. Il ricordo di questo massacro non deve oltrepassare i confini dell’India, ma quello che voglio voi capiate, se potete, è che il messaggio dell’Oriente, dell’Asia, non deve essere appreso attraverso la lente occidentale, o imitando gli orpelli, la polvere da sparo, la bomba atomica dell’Occidente.
Se volete dare di nuovo un messaggio all’Occidente, deve essere un messaggio di “Amore”, un messaggio di “Verità”.
Ci deve essere una conquista (applausi) per favore, per favore, per favore. Questo interferisce con il mio discorso, e interferisce anche con la vostra comprensione. Voglio catturare i vostri cuori, e non voglio ricevere i vostri applausi. Fate battere i vostri cuori all’unisono con le mie parole, e io credo che il mio lavoro sarà compiuto.Voglio lasciarvi con il pensiero che l’Asia debba conquistare l’Occidente. Poi, la domanda che mi ha fatto un mio amico ieri: “Se credevo in un mondo unico?”. Certo, credo in un mondo unico. Come posso fare diversamente, quando divento erede di un messaggio di amore che questi grandi, inconquistabili maestri ci hanno lasciato? Potete esprimere questo messaggio di nuovo ora, in questa era di democrazia, nell’era del risveglio dei più poveri dei poveri, potete esprimere questo messaggio con maggiore enfasi. Poi completerete la conquista di tutto l’Occidente, non attraverso la vendetta perché siete stati sfruttati, e nello sfruttamento voglio ovviamente includere l’Africa, e spero che quando vi reincontrerete in India la prossima volta ci sarete tutti: spero che voi, nazioni sfruttate della terra, vi incontrerete, se a quell’epoca ci saranno ancora nazioni sfruttate.
Ho forte fiducia che se unite i vostri cuori, non solo le vostre menti, e capite il segreto dei messaggi che i saggi uomini d’Oriente ci hanno lasciato, e che se veramente diventiamo, meritiamo e siamo degni di questo grande messaggio, allora capirete facilmente che la conquista dell’Occidente sarà stata completata e che questa conquista sarà amata anche dall’Occidente stesso.
L’Occidente di oggi desidera la saggezza. L’Occidente di oggi è disperato per la proliferazione della bomba atomica, perché significa una completa distruzione, non solo dell’Occidente, ma la distruzione del mondo, come se la profezia della Bibbia si avverasse e ci fosse un vero e proprio diluvio universale. Voglia il cielo che non ci sia quel diluvio, e non a causa degli errori degli umani contro se stessi. Sta a voi consegnare il messaggio al mondo, non solo all’Asia, e liberare il mondo dalla malvagità, da quel peccato.
Questa è la preziosa eredità che i vostri maestri, i miei maestri, ci hanno lasciato.



Discorso alla Conferenza delle relazioni interasiatiche
New Dheli, 2 Aprile 1947

M. K. Gandhi
by Mauro1971 | commenti (11) | commenti (11)(popup)
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lunedì, 04 agosto 2008


Già alla sua nascita Chögyal Namkhai Norbu era un Maestro, riconosciuto fin da giovanissimo come reincarnato o Tulku. In virtù di questo riconoscimento fu educato in maniera particolarmente completa e profonda. Durante il periodo dei suoi studi manifestò straordinarie capacità di apprendimento tanto che, ancor giovane, era già considerato un erudito. All'età di 18 anni incontrò il suo principale Maestro Changchub Dorje che lo aprì al risveglio completo della sua conoscenza. Quando alla fine degli anni 70 gli venne richiesto di dare insegnamenti, la sua comprensione profonda dell'essenza dello Dzogchen  e spontanea capacità di trasmetterla hanno permesso che la sua conoscenza e il valore dei suoi insegnamenti fossero apprezzati, compresi e praticati da un folto numero di discepoli di ogni nazionalità, occidentale e non. In seguito, per avere la possibilità di riunirsi in luoghi dove ricevere ed approfondire l'insegnamento e la cultura tibetana sono stati fondati  diversi centri in varie parti del mondo: Europa, Stati Uniti, Sud America, Australia e Russia. Oltre alla sua attività prettamente spirituale, Chögyal Namkhai Norbu si dedica attivamente  alla salvaguardia e conservazione della cultura tibetana e  a questo scopo, negli anni passati, si e' recato diverse volte in Cina e specialmente in Tibet. Nonostante queste numerose attività, svolte viaggiando instancabilmente in tutto il mondo, Chögyal Namkhai Norbu ama dire di se stesso: "io sono una persona semplice".

Lo Dzogchen o Totale Perfezione è un antico Insegnamento spirituale sviluppatosi in Tibet all'interno della tradizione del buddhismo tibetano. Lo Dzogchen non è patrimonio esclusivo di una scuola né di un sistema religioso, è una conoscenza che i Maestri tibetani hanno trasmesso senza limiti di settarismo. Lo Dzogchen può essere definito una conoscenza concreta dello stato dell'esistenza, una chiave che può aprire la coscienza delle persone, qualunque sia la loro cultura o religione. Il cuore dell'Insegnamento Dzogchen è la vera natura di ogni essere: lo stato primordiale, libero dal karma e da ogni condizionamento.





Agire e vivere nelle circostanze


D. Lei è arrivato in Italia negli anni 60, insegnando subito scrittura e letteratura tibetana. Come è cambiato l’interesse per la cultura tibetana in Italia?

R. A me sembra molto cambiato. Io sono un tibetano e mi sono sempre interessato e occupato con tutta la mia energia per proteggere la cultura tibetana. Ma nei miei primi anni all’Università, tutte le cose più ufficiali sulla cultura tibetana, storia del Tibet ecc, tutti seguivano principalmente i primi professori occidentali che avevano avuto il contatto con il Tibet, ma loro non avevano fatto ricerche profonde sulla nascita e le fonti della cultura tibetana. In generale questi studiosi sostenevano che la cultura tibetana si è sviluppata attraverso la cultura indiana e quella cinese, ma questa teoria non mi convinceva. E allora mi sono dedicato per molto tempo a una ricerca più vasta, per vedere a quali anni poteva risalire la storia del Tibet. In un primo tempo, quando presentavo i miei risultati, molti professori occidentali non erano soddisfatti, perché dicevano che non rispettavo le tradizioni. I risultati della mia ricerca dimostravano che nel Tibet occidentale c’era un regno molto antico che si chiamava Shang Shung. A quell’epoca nessuno ne sapeva niente. A molti sembrava che io stessi inventando, poi col passare degli anni si sono trovati molti documenti che testimoniavano una scrittura antica. Anche gli stessi ricercatori cinesi hanno trovato questa scrittura sulle rocce, e hanno confermato che questa scrittura esisteva. Oggi tutti gli studiosi parlano molto del regno Shang Shung, le ricerche continuano. Questo è stato un cambiamento molto importante.

D. Perché il Tibet secondo lei oggi richiama tanto interesse e tanta attenzione nel mondo, non solo per chi studia la cultura orientale?

R. Il Tibet è rimasto abbastanza isolato per secoli e secoli e pochi ne conoscono la storia. I cinesi la presentano come storia di una parte della Cina, per poter dimostrare che è una regione cinese. Per questo il Tibet è presentato come Shangrilà, come una pura fantasia. Piano piano oggi la gente va a visitare e studia il Tibet, in occidente sono arrivati molti studiosi e maestri tibetani e questo ha aiutato a scoprire che c’è una cultura caratteristica.

D. Lei nella sua vita ha sempre scritto molto e su molti argomenti: racconti, poesie, insegnamenti, studi antropologici. Che cosa rappresenta per lei la scrittura e quale piacere trova nello scrivere?

Ho cominciato a scrivere molto quando lavoravo all’università: in quel periodo ero molto impegnato sulla cultura tibetana e scrivevo non solo molti racconti o miti tibetani, ma lavori di ricerca. Ho scritto tre libri per stabilire il mio modo di vedere la storia e la cultura tibetana, ho diviso la storia in tre periodi, a ciascuno ho dedicato un volume. Questo è uno delle mie opere maggiori. Il resto dipende dalle circostanze. Qualche volta scrivo perché c’è un motivo preciso, qualche volta perché sento di scrivere, qualche volta scrivo anche per divertirmi, qualche volta, e questo vale per gli insegnamenti, quando sento di comprendere veramente qualcosa di molto utile per le persone.

D. Lei ha un’esperienza straordinaria, quella di chi a cinque anni viene riconosciuto come reincarnazione di maestri buddisti e viene educato come maestro. Alla luce della sua vita quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questo riconoscimento?

Poiché sono tibetano e sono cresciuto in Tibet per me i riconoscimenti di reincarnazione erano una cosa familiare: quando ero piccolo vedevo già molte personalità legate alla reincarnazione. Per questo quando mi hanno riconosciuto sentivo di essere diventato importante, non vedevo nulla di negativo: mi divertivo, tutti mi rispettavano e mi mettevano nel posto più elevato. E anch’io facevo del mio meglio. Quando ero in monastero , l’insegnante non mi lasciava mai uno spazio libero, dovevo solo studiare e memorizzare e ogni tanto mi stufavo: non tanto dello studio, ma soprattutto perché in monastero c’erano molti altri ragazzi, con cui facevamo anche uno studio collettivo. Loro nel fare gli esami non riuscivano, soprattutto perché quando tornavano a casa, i genitori li mandavano a curare gli animali. La loro condizione era molto diversa dalla mia, si trovavano male, gli insegnanti li rimproveravano, e io mi sentivo triste e come soffocato. Quando poi sono entrato nel collegio, è cambiato tutto, c’erano insegnanti molto seri, non si studiava per memorizzare, ma si studiava filosofia buddista e mi piaceva, ogni tanto incontravo delle difficoltà, ma non trovavo svantaggi.

D. Oltre ad aver scritto un libro sullo yoga del sogno, i sogni fanno parte integrante della sua scrittura. Come mai?

R. Abbiamo tanti tipi di sogni, la maggior parte dei sogni vengono dalla nostra tensione: se abbiamo avuto qualche tensione nella giornata o nella vita, i sogni ne risentono. In particolare se abbiamo avuto qualche tensione molto forte quando eravamo piccoli, ne resta la traccia nei sogni, che si ripetono sempre. I sogni sono anche legati alla condizione della chiarezza, soprattutto per le persone praticanti. In loro, se sviluppano la chiarezza, i sogni cambiano: diminuiscono i sogni che derivano dalla tensione e si sviluppano quelli della chiarezza. Questi possono essere più legati alla condizione presente e al futuro: se si ha qualche progetto, ad esempio, è facile che si manifestino questo tipo di sogni. E per i praticanti in modo particolare diventano molto importanti, perché informano su come si deve sviluppare la nostra pratica, e nello stesso tempo manifestano la condizione fisica e l’energia dell’individuo. Per questo i medici tibetani per esaminare la malattia esaminano i sogni.
Attraverso la mia pratica io ho sviluppato la capacità di avere sogni consapevoli: questo significa comprendere che si sta sognando, pur non essendo svegli. In questo caso se uno vuole sognare cose importanti, è in grado di farlo. Questo non vuol dire che ci si costruisce i propri sogni, ma il sogno si manifesta secondo la circostanze dell’individuo. E io ho avuto questo tipo di esperienza.

D. Tanto che sulla base dell’esperienza di alcuni sogni ha creato alcune danze che oggi vengono praticate nei centri di meditazione.

R. Sì, quando ero negli Usa, durante un ritiro ho visto in sogno un gruppo di persone che stavano danzando. Mi sono avvicinato e c’era una giovane donna che insegnava i passi della danza e spiegava come questa danza si collegasse a quello che io faccio nella mia pratica. E questo non è successo una volta sola, ma questa situazione si è ripetuta molte volte: così attraverso molti sogni ho imparato tutta la successione dei passi. Inoltre questa danza si svolge su un mandala, e anche questo l’ho memorizzato dal sogno e l’ho ricostruito da solo nella realtà, per imparare questa danza e poi per insegnarla.

D. Lei dice che l’insegnamento deve rendere l’individuo più indipendente. Vuol dire che è forte il rischio di dipendenza dal maestro o dalla scrittura?

Noi in generale viviamo nel dualismo e quindi siamo condizionati da tutto, con le nostre emozioni, i nostri problemi. Quindi dobbiamo cercare di non essere dipendenti da tutto questo: ma questo non significa non essere rispettosi o essere ribelli. Significa essere consapevoli di quali sono le circostanze e la situazione. Se si è consapevoli non si è dipendenti da niente. Ad esempio prendiamo la condizione sociale: seguire le leggi e le regole del paese vuol dire essere consapevole. Essere indipendenti significa fare le cose volentieri con consapevolezza.
Qualcuno ad esempio mi ha chiesto: dammi un nome del dharma, pensando che chi segue la strada del dharma, chi segue un insegnamento buddista, deve avere un nome diverso. Io gli dico: “Tu non ce l’hai un nome? “ “Sì, ce l’ho un nome”. “Bene, allora quello è il nome del dharma”. Nell’insegnamento della tradizione buddista, e in particolare nella tradizione dzog chen occorre integrare le conoscenze nelle condizioni reali.

D. Sempre su questo tema lei scrive che bisogna saper realmente voler uscire dalle gabbie. Non è di nessun vantaggio rendere le propria gabbia più grande e più bella aggiungendovi alcune affascinanti gabbie fatte di “esotico” insegnamento tibetano.

R. Sì, è proprio così. Prima di tutto uno deve scoprire che sta nella gabbia, con i nostri limiti, le nostre emozioni, che non si possono lasciare facilmente perché siamo nati, cresciuti e vissuti in questo modo. Se uno comprende, vede che questo non corrisponde nella nostra condizione. Per esempio: se un uccellino sta in una gabbia, questo non corrisponde alla sua condizione, perché l’uccellino ha due ali per volare, mentre in una gabbia non c’è tanto spazio per volare. Per volare c’è lo spazio. E’ importante comprendere che questo non corrisponde alla sua condizione. Allora cosa deve fare? Deve uscire subito dalla gabbia? Se un uccellino esce dalla gabbia, non sa difendersi e dopo pochi minuti qualcuno lo ammazza e lo mangia. La stessa cosa è per noi, non si può uscire subito dalla gabbia perché siamo abituati così. Ciascuno deve prima essere consapevole e, lavorando su noi stessi, possiamo raggiungere un livello che corrisponde davvero alla nostra condizione.

D. Sempre per renderci conto della nostra condizione lei usa con molta frequenza l’immagine dello specchio. Perché?

R. Perché quando noi guardiamo nello specchio, lo specchio manifesta il nostro riflesso. Noi sappiamo benissimo che il riflesso è una cosa irreale e che questa conoscenza è una cosa intellettuale. Ma è la verità? Sappiamo che questo riflesso è irreale, ma quello che riflette noi lo consideriamo sempre reale. Ciò che riflette e ciò che è riflesso sono interdipendenti, quindi, anche se lo riconosciamo, questo genere di conoscenza non è sufficiente, non ha molto valore. Il valore è comprendere che si può vedere lo specchio in un altro modo. Lo specchio, per esempio, ha la capacità di manifestare tutti i tipi, tutti i generi di riflesso. Allora lo specchio non ha bisogno di un programma, come succede invece nel computer. Il computer sembra avere tante cose, ma in realtà è tutto progettato, si basa tutto sui programmi. Lo specchio non ha bisogno di nessun programma. Vuol dire che lo specchio ha la capacità infinita del manifestare riflessi, ma la capacità vera qual è? Il riflesso non è la sua condizione reale. Per noi è uguale: ogni individuo ha tante capacità quanto uno specchio. Per noi si tratta prima di tutto di scoprire questa condizione: siamo definitivamente liberi, non dipendiamo da nulla. Per questo occorre comprendere come scoprire la nostra natura. Per scoprire la capacità dello specchio ci vuole il riflesso. E così per noi occorre anche il giudizio, il ragionamento, i pensieri, e attraverso questi riflessi si deve scoprire nostra condizione. Un maestro insegna questo agli studenti, applicando anche molta esperienza. Allora quella persona si trova definitivamente libera e questo si chiama “realizzazione”.

D. Nella cultura occidentale c’è grande distanza tra le singole discipline e tra la cultura umanistica e quella scientifica. Nel suo lavoro, come nella cultura tibetana, c’è invece una grande relazione tra le varie discipline. Come fa a mettere insieme nel suo insegnamento campi così diversi, la medicina, l’astrologia, la psicologia, ecc.?

R. Una persona quando ha sete cerca di bere, quando ha fame vuole mangiare, se sta male prende una medicina. Questo è un esempio: nelle circostanze noi abbiamo tante cose a disposizione, il praticante impara ad agire nella circostanza, così com’è. Noi lavoriamo così. Ecco perché dico sempre che c’è una canzone italiana che mi piace molto: “La vita l’è bela, l’è bela, basta avere un ombrello” questa è la verità, è questo che è veramente necessario, invece di inventare o preoccuparsi delle tante cose inutili.

D. Sempre a proposito dei modi di dire, lei ha fatto anche un Piccolo canto del fai come ti pare. (Namkhai Norbu ride di gusto). Che cosa c’è dietro questo “fai come ti pare”?

R. Cerca di essere consapevole delle circostanze. Quello che io insegno è che una delle cose più importanti nella vita di qualsiasi persona è essere presenti, non distratti. Quando sei presente, cerca di capire come sono le situazioni e le circostanze: se si lavora con le circostanze, se si è presenti, allora si scopre facilmente che se si è agitati non va bene, allora sai che ti devi rilassare. Fai così ogni volta che è necessario e finalmente la vita si può godere.

D. L’ultima domanda riguarda la salvaguardia della cultura tibetana. Tutta la situazione politica degli ultimi decenni porta al rischio di distruzione di questa cultura. Secondo lei che prospettive ci sono perché questa cultura possa continuare a vivere e che rapporti ci sono tra Cina e Tibet?

R. La cultura tibetana ha elementi molto utili anche per altri paesi. Per questo penso che queste cose si debbano in qualche modo sviluppare nelle altre culture e altri paesi. Ma soprattutto deve farlo la Cina, dove il governo centrale presenta il Tibet come parte della Cina. La Cina deve essere molto consapevole che non deve perdere una cultura ricca e profonda come quella del Tibet. Altrimenti un giorno si dirà: “c’era una volta questo Paese, gli abitanti si chiamavano tibetani e adesso si trova nel museo”. … non è molto carino per i cinesi, che hanno una grande responsabilità. Noi tibetani, come me e come molti altri che conoscono la cultura tibetana, contribuiamo facendo del nostro meglio per farla conoscere nel mondo occidentale e salvaguardarla. Per questo motivo abbiamo creato l’associazione Asia, che costruisce ospedali e scuole in Tibet. Per far sì che i giovani parlino e possano studiare il tibetano abbiamo fondato l’Istituto Shang Shung che fa corsi di lingua, di medicina, astrologia, organizza traduzioni. Stiamo cercando di fare del nostro meglio perché la cultura tibetana non finisca nel museo.

by Mauro1971 | commenti (3) | commenti (3)(popup)
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